Spett.le Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano
scrivo la presente in nome della Giustizia, sacra ed inviolabile, e per mio conto, con l'intento di
tutelare i miei diritti e quelli di ogni cittadino che in me si possa riconoscere, a tal fine significando
quanto segue.
Mi chiamo Roberto, e sono un cittadino italiano.
Ho 23 anni; dall'età di anni 15 sono costretto sulla sedia a rotelle a causa di una lesione al midollo
spinale di tipo incompleta, all'altezza della sesta e settima vertebra cervicale, per cause di tipo
traumatico a seguito di un incidente avvenuto in spiaggia, dove il giorno del 10 luglio 2004 mi
trovavo con un gruppo di amici.
Da allora la mia vita è stata mutilata in maniera drammatica, sia per cause strettamente correlate al
trauma dell'incidente che no; mi ci è voluto molto tempo per metabolizzare ed accettare i
cambiamenti che il mio fisico ha subito, ma è delle seconde che nella presente voglio argomentare.
Correva l'anno 2005; ero iscritto al secondo anno della scuola secondaria superiore presso il Liceo
Scientifico della mia zona. Quell'anno non potei frequentare le lezioni in quanto ero ancora in
degenza ospedaliera presso l'Unità Spinale Unipolare, ma durante il periodo di ricovero in
ospedale studiai da autodidatta, finché non fui dimesso in aprile, e potei riprendere il posto che mi
spettava tra i banchi di scuola assieme ai compagni che mi conobbero prima dell'incidente, durante
il primo anno di scuola. Riuscii a farmi promuovere a seguito di un esame d'ammissione al terzo
anno, sostenuto alla chiusura dell'anno scolastico 2004-2005.
Già da allora mi furono palesi le discriminazioni delle quali fui vittima da allora in avanti: non vi
era un servizio di trasporto pubblico accessibile alle sedie a rotelle, ed a differenza di quanto era
avvenuto sino all'anno scolastico precedente, fui costretto a raggiungere la scuola con mezzi propri,
accompagnato in macchina dai miei genitori, il ché mi allontanò da tutti i coetanei ed amici con cui
prima di allora avevo condiviso tutti i viaggi in pullman di andata e ritorno da scuola. Ciò mi rese
ancora di più un emarginato, e mi distanziò inesorabilmente da quelli che sino ad allora avevo
potuto chiamare “amici”.
A scuola non vi era un bagno a norma di legge, così finché non arrivai alla maturità fui costretto a
fare gli auto-cateterismi in una sorta di orripilante obbrobrio indegnamente definito “bagno”,
ricavato in quello che mi pare fosse sempre stato uno sgabuzzino, o non meglio definito magazzino
degli attrezzi, in condizioni igieniche non certo conformi al tipo di operazione che ero costretto a
fare per svuotare la vescica, che richiedeva, appunto, la massima sterilità degli strumenti e degli
ambienti. Ciò mi provocò l'insorgenza frequente di infezioni urinarie, che mi costringevano ad
assentarmi spesso dalle lezioni per alcuni periodi di tempo, il ché contribuì a creare una insanabile
distanza tra me ed i miei compagni di classe, che non capendo la mia ingiusta situazione arrivarono
addirittura ad accusarmi di assentarmi volutamente da scuola per sottrarmi alle verifiche ed
interrogazioni. Ma giuro sul mio onore che, nonostante la giovane età, non mi feci mai scudo della
mia nuova situazione fisica per assentarmi con dolo da scuola! Fui sempre ligio al dovere di
presentarmi davanti all'insegnante per essere interrogato, anche quando, non di rado, non riuscivo
ad arrivare preparato alla verifica.
L'assenza nel bagno di una tazza a norma mi causò anche seri problemi di salute: tutte le volte che
ebbi la necessità di andare di corpo fui costretto a rientrare a casa, ma quelle volte che fui colto da
dissenteria, l'esperienza fu quella di un incubo terribile: scosso da violenti stimoli intestinali fui
spesso colto da crisi disriflessiche, che per loro natura sono potenzialmente letali, e spesso, a causa
dell'incontinenza congenita alla lesione midollare, mi sporcai addosso nella corsa disperata di
rientro a casa, per poter usufruire di un bagno. Inutile dire quanto simili esperienze mi abbiano
segnato, a causa della violenta frustrazione ed indignazione che in me ne consegue tutt'ora a
pensarci.
Ma ciò non è tutto. Non ho mai più potuto svolgere attività fisica assieme ai miei compagni di
classe durante le ore di ginnastica a causa dell'impreparazione degli insegnanti e dell'istituzione
scolastica nel suo complesso, e questa è stata un'altra grave discriminazione che mi ha ulteriormente
allontanato ed emarginato dal resto della società.
Inoltre durante la gita di quarta superiore, per la quale mi battei al fine di potervi prendere parte al
pari di ogni altro mio compagno di classe, senza accompagnatori familiari, fui costretto a
soggiornare in un hotel che non disponeva di camere attrezzate nonostante la prenotazione fosse
stata fatta con precisione, ragion per cui per una settimana non fui nelle condizioni di potermi fare
la doccia, con tutta la sconvenienza che da ciò ne deriva. Ma la cosa più grave è probabilmente stata
che il tutto avvenne nel silenzio totale degli adulti che ci accompagnavano, che non saprò mai
perché non furono in grado né ebbero la volontà di prendere le mie difese, che allora ero ancora un
minore, dinnanzi ad una simile usurpazione.
Eppure, nonostante tutto, nel 2008 mi diplomai con un misero 68, ma senza aver perso nemmeno un
anno scolastico, ed esaminato da una giuria che non aveva alcun diritto morale di giudicarmi.
Ora sono iscritto dall’anno 2008 (Anno Accademico 2008/2009) presso la mia Facoltà di Scienze
Politiche, e, sin dal medesimo periodo, ho usufruito della Casa dello Studente. Nello specifico, in
ragione delle mie particolari condizioni fisiche, venivo assegnato all’unica struttura accessibile agli
studenti con disabilità.
La stanza in cui alloggiavo, tuttavia, si presentava inidonea al mio utilizzo, in quanto priva degli
elementi minimi necessari per soddisfare le esigenze delle persone con disabilità non deambulanti.
Tra le tante carenze segnalai, ad esempio, la mancanza dei sanitari predisposti per l’igiene intima,
l’assenza di brande-letto regolabili elettronicamente per facilitare gli spostamenti letto/carrozzina e,
soprattutto, la mancanza di materassi antidecubito atti a prevenire l’insorgenza delle piaghe da
decubito.
Tali rimostranze furono prontamente da me segnalate con nota del 28.05.2009, anche se, finora,
sono rimaste senza alcun riscontro.
Inoltre ho potuto utilizzare lo stesso alloggio per un limitato periodo di tempo, per cause a me non
imputabili. Durante il secondo anno accademico (2009/2010), in particolare, potei usufruire della
Casa dello Studente soltanto dal mese di febbraio 2010; ciò in quanto, a detta dell’Ente, vi sarebbe
stata la necessità di eseguire dei lavori di ristrutturazione volti al rispetto delle norme di sicurezza
dello stabile.
Nel corso del terzo anno accademico (2010/2011), inoltre, si ruppe definitivamente (dopo diversi
casi di guasto avvenuti anche durante tutti gli anni precedenti) il servo scala che collegava la hall
alla zona degli ascensori, impedendomi così il raggiungimento della stanza assegnatami e
costringendomi a rientrare a casa. Ciò avvenne, oltretutto, in coincidenza con diverse sessioni di
esame, e mi comportò, a causa del grave disagio, il ritardo nella preparazione e nel superamento dei
medesimi previsti dal piano di studi.
Tutto ciò si accompagnò alle mie numerose assenze dovute a causa e per effetto delle precarie
condizioni della stanza, con particolare riferimento alla mancanza del materasso antidecubito, la cui
assenza mi ha causato l’insorgenza di una piaga da decubito al bacino. Circostanza, questa, che mi
costrinse ad allontanarmi per lunghi periodi dalla Casa dello Studente al fine di provvedere alle cure
necessarie. Cure che, tra l’altro, si rilevavano inutili poiché non appena tornavo ad alloggiare presso
la stanza in Via Trentino, la piaga si riapriva obbligandomi a sottopormi a nuovi cicli di cure.
La situazione appena descritta mi ha provocato un deciso calo di rendimento universitario
compromettendo in maniera irreversibile la mia carriera universitaria. Io stesso, infatti, durante i
lunghi periodi in cui fui costretto a tornare nella mia residenza paesana, da un lato non potevo
procurarmi il materiale per studiare e, dall’altro, mi trovavo impedito a seguire le lezioni, a
socializzare con i colleghi, o anche solo a frequentare le mense universitarie e gli amici conosciuti
in casa dello studente.
I frequenti spostamenti, le svariate barriere architettoniche al di fuori ed al di dentro delle strutture
universitarie, nonché l'incresciosa assenza di un servizio di trasporto pubblico cittadino accessibile,
hanno finito per escludermi completamente dalla vita universitaria, rendendomi impossibile
coronare il mio desiderio di candidarmi ai vari organi di rappresentanza studentesca, di usufruire del
programma comunitario ERASMUS, di partecipare ai gruppi di studio con i miei colleghi o,
semplicemente, di relazionarmi con gli stessi nelle fasi post-studio come un qualsiasi altro studente,
finendo per rendermi ancora una volta un emarginato, un escluso.
Da ultimo, e non per ordine di importanza, si sappia che, a causa della riduzione del numero di
esami sostenuti, non sono riuscito a raggiungere il numero di crediti formativi universitari richiesti
per l’attribuzione del diritto all’assegnazione della Casa dello Studente e/o per il riconoscimento
della Borsa di Studio (con riferimento a quest’ultima erogazione lamento anche il fatto che negli
anni passati mi sia stata detratta una somma pari a tutte le mensilità della casa dello studente,
comprese quelle relative ai periodi in cui non ho potuto usufruire dell’alloggio per le predette cause
a me non imputabili), e dunque dal 2011, essendo stato costretto a rientrare definitivamente a casa
dei miei genitori, sono di fatto stato del tutto allontanato dal mondo universitario, subendo infine la
più grave delle mancanze di tutta la mia vita: il calpestamento del mio diritto allo studio.
Mi piacerebbe poter concludere qui l'elenco delle nefandezze alle quali sono stato sottoposto nella
mia giovane vita, ma purtroppo così non è:
di recente ho intrapreso un periodo di inserimento lavorativo presso una cooperativa sociale di tipo
B, dopo aver superato una sorta di concorso pubblico, che richiedeva il conseguimento del patentino
ECDL a spese dell'ente appaltante per poter poi accedere, appunto, al predetto periodo di
inserimento lavorativo con un'infima borsa lavoro mensile di 250€, che non ricopre nemmeno le
spese per gli spostamenti (essendo costretto a recarmi a lavoro con mezzi propri, causa
l'assenza di un servizio di trasporto pubblico accessibile). Mi sono ritrovato catapultato in una realtà
nella quale, secondo il mio datore di lavoro, poiché il 70% circa delle persone con disabilità
probabilmente non troveranno mai un lavoro, dovevo sentirmi fortunato di ciò che avevo,
e non, invece, come a parer mio si conviene, meritevole. Una sorta di ricatto mascherato, insomma,
dietro il quale probabilmente si celava il messaggio implicito che non dovevo lamentarmi. Infatti i
problemi si sono palesati già dai primi giorni di lavoro: non essendo gli uffici dotati di un bagno
confacente alle mie esigenze, sono stato fin da subito costretto a rientrare a casa ogni qual volta
abbia necessitato di andare di corpo, a causa dell'alvo neurogeno. Pur avendo fatto immediatamente
presenti queste condizioni discriminanti, ad oggi, a distanza di quattro mesi dalla prima
segnalazione, non è stato ancora eseguito alcun lavoro di adattamento degli uffici, che presentano
altresì dei gravissimi problemi di accessibilità e sicurezza, nonostante questi siano di recente
realizzazione (2011-2012) e dunque certamente postumi alle leggi del 1998 in materia di
accessibilità. Inoltre ho di recente avuto una crisi disriflessica durante l'orario di lavoro a causa
delle condizioni sopra citate, che mi hanno riportato alle stesse condizioni psico-fisiche già
ampiamente descritte in precedenza, degli anni in cui fui studente delle scuole superiori. Ricordo
che ciò succede in una cooperativa sociale di tipo B, la cui mission aziendale dovrebbe essere quella
di fare integrazione sociale, e che, a mio modesto parere, gestendo soldi che provengono quasi del
tutto (se non in toto) da proventi ed appalti pubblici (finanziati dalle tasse che pagano i cittadini, ivi
compresi i miei genitori, i miei familiari, me medesimo ed i miei amici tutti) dovrebbe dimostrare di
avere un rispetto sopraffino riguardo alle tematiche in cui opera, il che rende il tutto, se possibile,
ancora più grave.
E poi qualcuno ha pure il coraggio di definire le persone con disabilità dei privileggiati, quando è
palese che per ottenere ogni minimo risultato ci tocca sudare dieci camicie in più rispetto a qualsiasi
altro comune cittadino estraneo a queste condizioni.
Pertanto, per aver contravvenuto a quanto prescritto dagli Articoli II, III Commi 1 e 2, e IV Commi
1 e 2 della Costituzione Italiana, ed individuata, secondo quanto sancito dall'Articolo III Comma 2,
nella Repubblica Italiana la responsabilità di dover “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e
sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della
persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e
sociale del Paese” diffido quest'ultima invitandoLa, nel contempo, a comporre bonariamente la
controversia ed a prendere i dovuti provvedimenti affinché più nessuno in futuro sia costretto a
vivere le mie stesse terribili esperienze.
In difetto, mi vedrò costretto a tutelare i miei interessi presso le competenti Autorità Giudiziarie.
Distinti saluti
Roberto Cherchi
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